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  I Protagonisti della Valle - Paolo Masa

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Posted by ARRT on Friday, January 21, 2011 at 02:50 AM


1976 - I primi passi in Val di Mello
travestito da alpinista.
Foto: Jacopo Merizzi

La scheda - Paolo Masa – Pilly - L'Infame Masescu.

Il volto e la penna dei Sassisti.
Conosciuto da tutti per i suoi formidabili racconti, per il suo profilo americano alla Ray Jardine, per il suo impressionante curriculum professionale di Guida Alpina tra cui 6 vie sul Capitan ( alcune delle quali salite in terza età e in evidente stato di gravidanza), in Val di Mello è stato il protagonista di poche ma straordinarie prime salite.
Ironico, beffardo, piccolo e cattivissimo,anticlericale di stampo ottocentesco, cultore della violenza psicologica, vanta tra i suoi ispiratori morali l'imperatore Nerone. Spesso si è esibito in pesanti azioni di mobbing nei confronti dei praticanti l'alpinismo autoreferenziale. Anche a detta della sua ilare compagna Giovanna, non sempre frequentarlo è un piacere.
Di natali Malenchi si trasferisce presto sui graniti della Val Masino dove si esprime al meglio nelle fessure.
Di carattere forte, intransigente , non molla mai e quando attacca una via raramente torna indietro.
Coautore con Jacopo Merizzi della mitica ed introvabile guida “Val di Mello 9000 metri sopra i prati” ed. Stefanoni

Poche vie ma tutte di pregio: Sette Aprile, Amplesso Complesso, Via Paolo Fabbri 43, Il Paradiso può Attendere, Polimagò, Patabang, Sadomasa, Micetta Bagnata, Durango.

L'intervista - Paolo Masa

1) Descriviti brevemente per fare capire ai nostri lettori chi sei..
Sono nato in Valmalenco nel 1956, quindi sono un autentico prodotto della guerra fredda, da ragazzo ero soprannominato Pilly mentre nella maturità (Marcescenza) ho acquisito l’appellativo di Masescu.
Ho tre figli distribuiti su due generazioni, Giulia 26 (medico), Beatrice 11(medie), Federico detto Friz 9 (elementari). Per questo motivo ho guardato cartoni animati per 5 lustri passando dai Telettabis a Cattivissimo Me. Affettivamente sono un LAV (living apart toghether) perchè ho un lungo fidanzamento alle spalle con Giovanna, detta Gio, che ha molti anni meno di me e che io continuo a considerare una ragazza. Con lei ho fatto due figli e nonostante qualche difettuccio penso che sia la donna della mia vita. Considerandomi poco più di uno spiantato non ha mai voluto convolare a giuste nozze anche se forse mi sposerà in “articulo mortis”.
Ho passato la mia infanzia sui maggenghi della valle di Chiareggio e so tutto sull’agricoltura di sussistenza montana. Mi considero una piccola autorità nella tecnica dello sfalcio a mano, che è la cosa pratica che so fare meglio in assoluto.
Da giovane volevo fare il boscaiolo in Canada ed ero un divoratore di romanzi d’avventura, tra i quali “Il Piccolo Alpino” di Salvator Gotta. Le cose sono poi andate diversamente e nonostante una laurea in agraria, facoltà che ho scelto in un momento di grande stupidera, alla fine ho finito per fare la Guida Alpina e negli ultimi anni anche il barista sulle nevi dell’Alpe Palù, dove sono diventato il maggiore spacciatore di Bombardino, una sorta di zabaione molto alcoolico.
A fine estate del 2007 ho trovato sul ghiacciaio dello Scerscen Superiore una mummia appartenuta ad un alpinista svizzero scomparso esattamente 80 anni prima e sono finito, oltre che sui giornali, anche sulla “televisiun svizzera”. Infine ho un cattivo carattere e leggo, oltre al Corriere tutti i giorni, almeno una ventina di libri all’anno.


Paolo Masa alla fine degli anni ‘70
nella Valle di Chiareggio..
Foto: Jacopo Merizzi
2) Come e quando hai iniziato ad arrampicare ?
Prima dell’arrampicata ho praticato con grande passione, più o meno dai 15 ai 18 anni, sia una sorta di proto-alpinismo che di scialpinismo.
Un giorno molto caldo di fine giugno del 1972 raggiunsi con mio fratello Giampi la vetta pianeggiante del Sasso Nero. Da qui vedemmo verso nord una catena di montagne altissime e ci proponemmo di esplorarle tutte.
Eravamo talmente ignoranti in materia che non riconoscemmo neppure il Gruppo del Bernina: nessuna tradizione alpinistica apparteneva alla nostra famiglia, se non un bisnonno Portatore morto in Svizzera un secolo prima.
Quando chiesi a mio zio Vittorio, che aveva fatto l’alpino, di insegnarmi dei nodi, oltre a quello per legare il fieno, mi fece vedere quello scorsoio. Così io e Giampi continuammo la nostra intensa attività esplorativa delle montagne senza corda, ritenendola una dotazione assai pericolosa…
Poco tempo dopo ci fu l’ennesima guerra di Israele versus Paesi Arabi limitrofi e l’Italia piombò nella sua più profonda crisi energetica. Se penso alle esperienze alpinistiche più intense della mia vita, corrispondenti ad un vero innamoramento, senza dubbio devo ricordare quelle vissute durante l’Austerity, quando con Giampi e l’amico Adolfo-Canum iniziammo a fare “sci-alpinismo”.
L’attrezzatura era: scarponi di cuoio stringati, pelli di foca con laccioli, sci e attacchi da contrabbandiere, con un’escursione del tacco di 3 o 4 centimetri. L’uscita minima durava 12 ore e avevamo nello zaino almeno un kg di pane a testa, oltre che una thermos di brodo caldo.
Il senso di libertà che sentivamo dentro però era alle stelle.
Da quei momenti magici non ho praticamente più smesso di andare in montagna!
Un giorno mentre andavo a “beven en cales” dal Cinto a Chiareggio incontrai Jacopo, che a 16 anni era già un veterano dell’arrampicata avendo scalato con Francesco Boffini la Vasco–Taldo al Picco Luigi Amedeo, una via riservata fino ad allora all’élite alpinistica.
Rimasi soggiogato dal suo istrionismo e decisi di fare il grande passo: da valligiano-conservatore -pestaneve ad arrampicatore.
Iniziai a scalare qualsiasi sasso della valle e diventai uno specialista della “Paretina dei Fili”, una bella palestra di roccia che si trova all’inizio di Chiareggio, chiodata a pressione negli anni sessanta dalla Guida Alpina Enrico Lenatti.
Fui il primo a farla senza staffe, tirando solamente i chiodi, ma con gli scarponi ai piedi. Poi riuscii a farla in libera con scarpe da tennis, con le babbucce della nonna ed infine, per impressionare le ragazze, slegato e a piedi nudi in salita ed in discesa. A quei tempi si diceva che fosse un sesto meno.
Ma si sa, le rocce in Valmalenco sono più belle da fare a fette, trasformandole in meravigliose tegole per i tetti, che da scalare e su invito di Jacopo approdai in Val di Mello, dove di lì a poco iniziò la bella avventura del Gruppo Sassisti.


Paolo Masa si avventura sul passaggio chiave di Nuova Dimesione.
1977 prima ripetizione.
Super Gratton (ai piedi) calzettoni rossi, calzoni alla zuava e staffe: chiodi non ce n’è ma la prudenza non è mai troppa...
Foto: Jacopo Merizzi
3) Quale era la tua disciplina d’arrampicata preferita (in cosa ti sentivi più forte?)

Nel frattempo avevo abbandonato gli scarponi e mi ero fornito di scarpette: le mitiche Super Gratton, acquistate a Courmayeur nella primavera del 1976. Mi ricordo ancora il senso di euforia provato all’uscita dal negozio. “Con queste farò grandi cose!”, mi dicevo tutto orgoglioso: “diventerò il più forte arrampicatore della Valmalenco!”
A dire la verità in Val di Mello non mi trovai subito a mio agio, l’aderenza mi pareva estremamente semplice nei primi metri che salivo di slancio, per poi considerarla incomprensibile quando iniziavo ad essere ad una altezza dalla quale mi sarei fatto male qualora fossi volato. Impiegai un po’di tempo ad acquisire la sensibilità e la maturità psicologica per affrontarla serenamente. Poiché ero leggero ma potente di braccia, mi piaceva di più il concetto del “ciapa e tira”. In poche parole ero più portato per salire fessure e strapiombi. Infatti, mentre Jacopo e il Bosca erano già due autorevoli aderenzisti, io ero considerato lo strapiombista del gruppo. Solo dopo avere fatto tanta e tanta aderenza ed avere messo su un po’ di pancetta sono diventato più bravo in aderenza che in strapiombo.

4) Hai o avevi dei miti a cui ti sei ispirato per la tua carriera di scalatore ?
L’unico libro alpinistico presente in casa mia era la conquista del k2 di Ardito Desio, arrivato lì più per il fatto che la scalata aveva rappresentato un’epopea nazionale, che per passione alpinistica.
Avevo anche sentito parlare di Bonatti, le sue scalate gli avevano procurato una fama degna di una star, ma il suo livello mi sembrava talmente inarrivabile che non lo presi mai in considerazione come fonte di ispirazione. Quindi arrivai all’arrampicata come una tabula rasa. La rivelazione del mio Santo Arrampicante avvenne quando vidi il bellissimo filmato che Ruedi Homberger, Guida Alpina di Arosa , aveva girato sul fuoriclasse americano Henry Barber.
Baffoni alla rockstar, con in testa una informale coppoletta da golf, Barber, uno dei più geniali climber degli anni ‘70, era un vero artista dell’arrampicata e saliva fessure e strapiombi come fossero un gioco.
Sulla carta stampata, la copertina di Mountain con Ray Jardine su Separate Reality mi affascinò moltissimo e anche quella dell’Eperon Sublime in Verdon, scalato da Pete Livesey e Ron Fawcett, contribuì non poco a mettere benzina sul fuoco!
In seguito, scalando sulle Alpi mi tolsi sempre più spesso il cappello in segno di grande rispetto nei confronti di Preuss, Cassin, Comici, Bonatti, Messner ogni volta che mi capitava di fare una delle loro vie.


Ultimi ritocchi alla capigliatura prima di Polimagò.
Foto: Jacopo Merizzi
5) Hai partecipato alla creazione di un nuovo modo di vivere l’alpinismo da lotta con l’alpe al piacere di muoversi nella natura, diciamo, sei stato un rivoluzionario. Come hai vissuto le successive evoluzioni dell’arrampicata fino alla affermazione di una e vera e propria disciplina sportiva?
Ho un grande rispetto per la parola rivoluzione che per me coincide con gli sconvolgimenti portati nel mondo da quella giacobina e da quella bolscevica.
Ammesso che si possa parlare di rivoluzione nel caso dell’arrampicata i suoi ingredienti furono: la presenza di un terreno vergine nel quale esprimere appieno la nostra visione dell’arrampicata, l’evoluzione tecnica dovuta soprattutto alle scarpette a suola liscia e in seguito alle protezioni veloci (nut e friend) ed infine il clima generalmente sovversivo che si viveva nella società.
Eravamo studenti contaminati dall’estremismo, in quel periodo c’erano più gruppuscoli extraparlamentari che funghi nel bosco e il clima culturale che si viveva era quello di spingere il più in alto possibile la sfida. Fortunatamente noi ci limitammo a farlo mirando a colpire obiettivi modesti come la retorica della “lotta con l’alpe” e il conservatorismo di quella specie di Chiesa Cattolica dell’alpinismo che era il Club Alpino Italiano.
Personalmente faccio coincidere la fine del Sassismo con l’apertura de Il Paradiso può attendere, la prima Big Wall mellica. Poi gli studi e il lavoro di guida, che cominciò ad interessarmi sempre di più, mi allontanarono dalla fase puramente creativa.
Visto che ogni periodo ha i propri protagonisti, ho smesso di pensare a vie nuove quando comparvero in valle arrampicatori più giovani e più bravi di me: Tarcisio Fazzini, Titta Gianola, Paolo Vitali….
Se il vero strumento rivoluzionario a nostra disposizione fu la scarpetta d’arrampicata, che si evolse velocemente in modelli sempre più nuovi ed efficaci, il protagonista della storia successiva fu lo spit.
Ora non voglio parlare male dello spit perché nella mia vita ne ho tirato in quantità industriali e ho fatto decine di bellissime vie chiodate a spit.
Però se gli spit messi dai Fazzini , dai Vitali, dai Jimeno …. hanno creato dei veri e propri capolavori di ingaggio e difficoltà, tenuto conto che venivano messi a mano salendo dal basso, altri spit hanno avuto lo stesso effetto degli ormoni sulla carne dei polli: hanno gonfiato le prestazioni. Vorrei fare un esempio: se fino a poco tempo fa si parlava del 6a come grado base, un po’ come una volta era il quarto grado, negli ultimi tempi sento sempre più spesso parlare di 6c come difficoltà popolare, che invece per me è un grado molto difficile. A questo punto proporrei l’esperimento di prendere una via di 6c e di raddoppiare o triplicare la distanza tra gli spit: certamente gli arrampicatori in grado di portarsela a casa diminuirebbero in maniera drammatica. Allora salire una via a spit è da considerare in qualche modo artificiale o arrampicata libera?
Non vorrei perdermi in troppe elucubrazioni, ma sicuramente questo giustifica il fatto che Patabang, una delle vie in assoluto più belle e più facili della Val di Mello sia così poco percorsa, perché mancano gli spit ed è una via del tutto libera!
Infine ci sono gli spit della vergogna come quelli del modello intoglibile, che qualche stupidone ha messo alla sosta del quarto tiro di Polimagò, sfregiando così un capolavoro.
Per concludere: spit o non spit, io sono un onnivoro e sono contento di riuscire ancora a scalare, perché la malattia che ho contratto quasi 40 anni fa non mi è ancora passata.


Il tramonto dell’alpinismo classico ha coinciso con l’alba dei sassisti: 1978 Capo Testa.
Foto: Jacopo Merizzi

6) La Val di Mello…Quando ne hai sentito parlare per la prima volta? E perché hai deciso di scalare proprio lì?
Quando iniziai a frequentarla la Val di Mello era il Giardino dell’Eden dove ogni volta che ci andavi portavi a casa o una via nuova, o ripetevi una via appena aperta, oppure riuscivi ad individuare sempre nuove affascinanti vie da aprire.
Le sue pareti erano miracolosamente giunte inesplorate a nostra disposizione, perché le generazioni di scalatori che ci avevano preceduto non le avevano semplicemente capite.
In più c’era il clima di grande fermento, di nuove amicizie e il gusto per lo sberleffo era all’ordine del giorno, sull’onda del più bello slogan di quei tempi: una risata vi seppellirà!
Questo irritava non poco l’establishment alpinistico tradizionale che si sentiva minacciato nelle proprie certezze da quattro ragazzotti a malapena ventenni.
“Non sarete mai dei veri alpinisti!” ci dicevano - al massimo siete dei Sassisti.
A noi, quello che per loro voleva essere un’offesa, calzava a pennello e diventammo il Gruppo Sassisti. Il confronto poi era alquanto impietoso: da una parte in alta montagna facevamo le più dure arrampicate dell’epoca dimezzando i tempi che i “veri alpinisti” solitamente impiegavano a salire, dall’altra aprivamo delle vie stupende e molto dure (su Nuova Dimensione nacque il primo VII grado delle Alpi), dove gli “scarponi” difficilmente riuscivano ad alzarsi.
Insomma: un vero spasso al quale sarebbe stato difficile rinunciare. Così, nel giro di poche stagioni, la Val di Mello raggiunse una fama internazionale.


Paolo Masa alla gogna.
Foto: Jacopo Merizzi
7) Arrampicare in valle è un’esperienza unica, ma affrontare certi itinerari vuol dire rischiare le piume.
Qual è il tuo rapporto con la paura di cadere, di farsi male, di morire? Come sei riuscito a contenere questo sentimento?
Da ragazzi eravamo supportati da un alto grado di incoscienza che ci ha dato una bella mano. A volte è la mente il vero limite alla scoperta di un modo nuovo di vedere le cose. Penso che noi avessimo meno limiti mentali che tecnici o fisici, in parole povere ci lanciavamo mica da ridere.
Personalmente, col tempo, ho imparato a scalare con maggiore consapevolezza e a domare i mostri che attanagliano contemporaneamente i polpacci e la mente quando ti trovi nel bel mezzo di una placca mellica. Una tecnica che adotto è quella del Passo Bicicletta che consiste in una pedalatona veloce tra gli appigli sempre più piccoli per approdare e ristabilirmi nei pressi di qualche asperità naturale un po’ più marcata tipo una banchetta, un fungo di granito, una fessura. Il tutto accompagnato dall’incitamento: “dai Paulin stai su, stai su! Stai su!”. In quei frangenti l’infame Masescu scompare: è un momento di grande potenza e nel contempo anche di fragilità perché le cose potrebbero andare storte; però l’auto-richiamo funziona.
Per quanto riguarda la paura di morire devo dire che in Val di Mello non mi ha mai sfiorato, mentre è coi pericoli dell’alta quota che ho preso i più grandi spaventi.
Attualmente cerco di evitare le situazioni più estreme anche se “andare lungo” su difficoltà relativamente facili come sul Giardino delle bambine leucemiche o su Patabang, mi piace ancora un sacco.

8) Un aneddoto veloce che ricordi con piacere?
Più che un aneddoto mi viene in mente la piacevole sensazione del fatto che tutto in quel periodo si svolgeva alla massima velocità.
Nel 1976 comprai le prime scarpette d’arrampicata ed iniziai a frequentare la Val di Mello con il gruppo di amici che avrebbe dato vita al Gruppo Sassisti. Dopo avere quasi fatto la prima ascensione di Bodenshaff al Precipizio degli Asteroidi, nel 1977 diventai Aspirante Guida. Il 1978 lo dedicai alla salita in velocità delle scalate alpinistiche-mito di quegli anni: la Taldo-Nusdeo in giornata, in compagnia di Popi Miotti e Guido Merizzi, con partenza da Sondrio alla mattina presto e la Cassin al Badile slegati fino ai camini finali che trovammo intasati di ghiaccio, con Jacopo, Gio Pirana e Francesco Boffini.
Quando si decideva di scalare in alta quota non andavamo mai sotto le vie di VI+/A3(la valutazione più difficile dell’epoca) percorrendole spesso quasi tutte in libera. Dopo la prima ripetizione di Luna Nascente e di Oceano Irrazionale in 5 ore con Federico Madonna (la più veloce di quei tempi), nel 1979 con Jacopo feci la prima ascensione di Polimagò, una via che ancora adesso ispira rispetto.
Nel 1981/82 con Il Bosca e Jacopo aprimmo Il Paradiso può attendere, la prima Big Wall della Val di Mello che, soprattutto nella sua parte iniziale, non ha nulla da invidiare al Nose del Capitan.
Se si esclude Micetta Bagnata, un vero gioiello di scalata spinta all’estremo dell’audacia, che verrà solo nel 1985, tutto si svolse nell’arco di non più di 5 o 6 anni, dove il meglio della valle, le vie che diverranno le grandi classiche della Val di Mello, vennero scalate. In quel periodo fu istituito anche un marchio di fabbrica Val di Mello, famosa come “il posto dove si scala tanto e ci si protegge poco”. Con le prime scalate stendemmo anche una sorta di velo protettivo dall’assalto di Spit Selvaggio che dura tutt’ora.
Purtroppo accaddero velocemente anche delle tragedie che ci colpirono con lutti dolorosi.
Nell’agosto del 1979 in un incidente con la canoa morì Federico Madonna, lo scalatore più veloce che abbia mai visto in azione, sarebbe diventato un grande! Nel Gennaio del 1980 mio fratello Giampi morì cadendo da una cascata di ghiaccio, per anni l’ho sognato ancora vivo risvegliandomi poi crudelmente al mattino sapendolo morto. Pochi giorni dopo toccò al nostro amico Ermanno Gugiatti, fortissimo scalatore dotato di una grande simpatia umana. Ermanno, anni prima, era stato mio istruttore quando con Giampi avevamo deciso di imparare a legarci con la corda, iscrivendoci ad un corso del CAI. Era il più vecchio tra quelli che se ne erano andati: aveva 32 anni, lasciò la moglie Anna e due figli piccoli.
In poco più di 6 mesi l’acqua allo stato liquido o sottoforma di neve e di ghiaccio ci aveva ferito nel più profondo delle amicizie e degli affetti.


Paolo durante la prima ripetizione di Luna Nascente secondo tiro.
Foto: Jacopo Merizzi
9) Un consiglio per i nuovi alpinisti?
Non vorrei fare la figura del pretone che dice quello che si può fare e quello che non si può fare.
Un consiglio è quello di non essere schiavi del grado, che in fondo è solo un numero e spesso varia a seconda delle zone e delle situazioni. Va bene il fatto di allenarsi su difficoltà sempre maggiori perché solo così ci si può migliorare, ma mi sembra di vedere più arrampicatori appesi come bresaole ad un certo punto di una via superiore alle loro capacità, che gente che arrampica bene sulle proprie difficoltà. Io apprezzo molto gli arrampicatori che vanno “a vista”.
A quelli che hanno un livello tecnico più alto invece suggerirei di non cadere nella trappola della autoreferenzialità, perché quello più bravo di te o la polpetta avvelenata, è sempre dietro l’angolo. Infine, a mio parere, bisogna fare gli esami fondamentali e se un laureato in lettere non può dirsi tale se non ha letto la Divina Commedia, così il Top Climber non è tale se non ha messo il naso in Yosemite.
Lì la qualità della roccia, le condizioni meteorologiche, la presenza dei migliori scalatori del mondo e l’assenza degli spit, hanno posto le condizioni ideali per la vera evoluzione dell’arrampicata sia libera che artificiale, spinta ai massimi livelli. Mi ha fatto sorridere la frase di un arrampicatore che attualmente va per la maggiore al quale non interessa andare al Capitan per salire Freerider, che è la variante in libera della Salathè, perché, sulla carta, non ci sono tiri veramente duri.
Io sono matematicamente sicuro che, anche se sulle Alpi spopola, dall’Hollow Flake in su non riuscirebbe a salire in libera più di tre o quattro tiri di corda, in pratica quello che fa il 90% di chi sale la Salathè con le staffe.
A tutti infine suggerirei di non prendersi troppo sul serio e di guardare al nostro meraviglioso sport con un sano ironico distacco.

10) Cosa rimpiangi, cosa non hai visto o fatto?
Ritengo di avere avuto molta fortuna e di essere capitato nel momento giusto al posto giusto. Così, senza essere un grande scalatore, ho potuto partecipare ad un periodo di intensa creatività alpinistica, aprire delle bellissime vie e vivere delle esperienze che hanno segnato tutta la mia vita.
Come guida alpina ho avuto la fortuna di farmi seguire dai migliori clienti che un professionista della montagna possa incontrare. In Yosemite, che assieme alla Val di Mello è il mio posto preferito, ho scalato sei volte il Capitan lungo cinque vie diverse (poiché ho salito due volte il Nose). Come due volte ho scalato la Regular alla NW dell’Half Dome. Ho spinto le chiappe su orribili vie di arrampicata libera come la Salathè-Steck alla Sentinel o sul bellissimo NE pillar dell’ Higher Cathedral. Ho avuto il privilegio di arrampicare in quel posto incantato che si chiama Toloumnee Meadow, dove voglio che siano disperse le mie ceneri. Sulle Alpi ho salito le più belle pareti e le vie più prestigiose del Monte Bianco, delle Dolomiti ed ovviamente delle Alpi Centrali. Alla fine ho fatto molto di più di quanto non mi fossi mai aspettato.
Forse, prima di avere l’impegno lavorativo invernale continuativo, avrei potuto fare una capatina in Patagonia, ma non mi è mai venuto in mente e alla fine è andata bene così, anche perché sono ancora vivo.

11) Quali sono le vie più belle della valle?
Luna Nascente è per me la più bella via della Valle, in qualsiasi parte del mondo la potessimo collocare, sarebbe sempre una grandissima classica. Subito dopo, al fotofinish, arriva la sua sorellona Polimagò, questo ovviamente senza far torto a Oceano Irrazionale che forse è la più prestigiosa. Ricordo quando si faceva la discesa sui ripidissimi pascoli della Val Livincina: era impegnativa ed infida come una vera e difficile scalata di alta quota.
Molto belle sono anche Piedi di piombo e Self control che, pur avendo suscitato qualche polemica quando furono aperte, perché vennero messi degli spit dall’alto, hanno delle linee logiche ed altamente estetiche.
Ci sono poi dei gioiellini un po’ in disuso, nei quali però è racchiusa la vera essenza dell’arrampicata della valle. A me per esempio piace moltissimo Le Risposte di Bakunin, una via dei vecchi tempi che sale sulle Gobbe del Dinosauro. Evito ovviamente il primo ostico tiro perché duro e del tutto sprotetto. Sopra si prosegue con una arrampicata veramente Old Style e i primi 20 metri del secondo tiro, proteggibili solo con un friendino, mi fanno dire che effettivamente sulle placche eravamo abbastanza bravi, tenuto conto che le prime volte si saliva con qualche pedula da ginnastica risuolata con l’aerlite. Più avanti la placca con le tre fessure oblique e parallele è un vero capolavoro della Valle, mentre l’ultima lunghezza che si chiama Brassica Oleracea è un viaggio meraviglioso. Con una corda da 70 metri si può fare in un solo lunghissimo tiro, dove ci sono solo due protezioni: un vecchio chiodo a lama ed uno spit, il tutto su difficoltà che non sono difficilissime, ma neppure banali.
Un’altra scalata favolosa è quella del Giardino delle bambine leucemiche abbinata a Patabang, la via più sprotetta della Val di Mello (180 metri: niente chiodi e una sola sosta!) su una placconata da sogno sospesa a precipizio sopra i bellissimi prati di Cascina Piana.


Paolo durante un tentativo nel 1983 alla “Foglia” del Qualido. Notare il Bong a 3 buchi validissimo sostituto cunei di legno poi pensionato dai moderni friend.
Foto: Jacopo Merizzi
12) Le vie più epiche ed ingaggiose?
Siamo ormai alla terza generazione di arrampicatori che aprono vie in Val di Mello e non vorrei sminuire in nessun modo i grandi passi avanti che l’arrampicata ha fatto nella ricerca delle alte difficoltà. Però l’idea di via più ingaggiosa non corrisponde esattamente a quella di via più difficile. A noi, per esempio, era del tutto sconosciuto il concetto di “lavorare una via”, di “aprire un cantiere”, come si dice ora, con termine orribile, aprire una via per poi liberarla.
Per noi non c’erano gli spit e neppure i friend, e in apertura di via dovevamo confidare totalmente sul nostro equilibrio, sul nostro occhio e spesso anche su una parte meno nobile ma fondamentale del nostro corpo: il deretano.
Per trovare delle vie ingaggiose si deve risalire di sicuro a quelle aperte agli albori del Sassismo dal mitico Bosca.
Piede d’elefante salita con le Form Sport (delle semplici scarpe da ginnastica), Lucido da scarpa tuttora senza ripetizione, Okosa: chi cade muore, Cristalli di polvere…….. Tutte vie che al di là delle difficoltà avevano un alto grado di rischio, a volte anche mortale e che richiedevano quella che gli americani chiamano Boldness, parola che sintetizza molto bene il concetto del “possedere delle grandi palle”. Il Bosca a quei tempi era sicuramente un aderenziere di livello mondiale e mi sarebbe piaciuto un sacco vederlo all’opera sulla Bachar –Yerian, la più famosa via di aderenza di tutti gli States aperta da John Bachar , uno dei più forti scalatori di tutti i tempi.
Per me l’apertura di Polimagò a suo modo fu un bell’ingaggio, così come quella di Micetta Bagnata all’Alkekengi, una via scomparsa tra le mitragliate di spit delle vie confinanti. Per circa 200 metri di via con difficoltà medie di VII- usammo solo due chiodi nell’ultimo tiro, con lunghezze di 40 metri senza alcuna protezione, mentre le soste erano su piccoli chiodi a lama abbinati a nut martellati.
Anche Vedova Nera, grande capolavoro di Paolo Vitali e la Via di Hassan, sono decisamente ingaggiose con passi obbligatori duri e distanti dall’ultima protezione. Non conosco Divieto di sosta del fortissimo Fazzini, così come ho sempre ritenuto oltre le mie capacità la via di Jimeno al Precipizio. Purtroppo, per motivi anagrafici, le mie conoscenze terminano qui.
Voglio alla fine ricordare Amplesso Complesso, una via alla quale sono molto affezionato. Il mitico tiro di VII grado fu aperto dal Tico Olivo, un carissimo amico d’infanzia, che per varie ragioni non arrampicava più di tre o quattro volte all’anno.
Che fosse proprio ingaggioso, oltre che difficile e che Tico quel giorno fece un vero capolavoro, fu dimostrato dal fatto che durante una delle prime ripetizioni venne aggiunto uno spit, in seguito tolto, sul passo chiave.

13) Come vedi il futuro della valle?
Mi piacerebbe che la ricerca tecnico-scientifica potesse inventare delle scarpette e, perché no, dei guanti con l’adesività delle zampe di un geco. Si riaprirebbero decisamente i giochi e sarebbe un bel modo per concludere la mia storia con la Val di Mello.

14) Nella truppa di giovani che si muovevano nella valle chi erano i più infami?
Un bell’infame era senza dubbio Jacopo, personaggio che usciva realmente dagli schemi: un provocatore nato, in grado di terrorizzare con racconti immaginifici il suo uditorio e capace di trasmettere un senso di sommarietà che lo faceva apparire al limite della salute mentale. In molti lo davano per morto entro la fine della stagione arrampicatoria. Però era simpaticissimo e preparatissimo e si può dire che è stato il mio maestro di chiodatura, estremamente veloce nell’arrampicata e un mago nel risolvere con semplicità situazioni complesse.
A pensarci bene un bel “bastardone” era anche l’Ivan Guerini, col quale personalmente non mi sono mai frequentato molto, anche se per interposta persona………. Ivan infatti oltre a ottimo arrampicatore era un bel ragazzo, con grande carisma, fu così che non una, bensì due mie fidanzatine ( praticamente le uniche che avevo avuto fino ad allora) carine ma di facili costumi, sono poi diventate due sue amanti di lunga durata.

15) E domani cosa farai?
Preparerò da mangiare per Giovanna e per i bambini che tornano da scuola.
Poi aspetterò con impazienza la neve che interromperà il mio lungo ozio autunnale. Aprirò il mio favoloso “Umbrella Bar” sulle piste dell’Alpe Palù che ho chiamato con lo stesso nome del miglior ristorante di Yosemite: “Mountainroom” e l’arrampicata sarà l’ultimo dei miei pensieri.
Poi verso marzo, con il cambio dell’orario, nonostante la pancia da bevitore di birra che avrò maturato facendo il barista, arriverà il richiamo della foresta, cioè la voglia di arrampicare.
So che sarà molto dura, ma in qualche maniera, dopo le prime strisciate vermiformi, riprenderò a muovermi sull’adorata roccia della Val di Mello, che ormai mi appartiene come una vecchia e cara conoscenza. Fin che dura, ovviamente.


Nessuno come Paolo è stato uomo di vetta.
Foto: Jacopo Merizzi


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1 Posted by Shrek on Tuesday, January 25, 2011 at 12:30 PM
 
Che tristezza che nessuno commenti un grande della Valle come Paolo Masa… e che tristezza in generale a vedere che attorno a questi magnifici primi protagonisti non si è creato un dibattito, nè un contraddittorio, ma solo pochi commenti.
Di fronte alle bellissime foto di Jacopo e al suo scritto sagace e provocatorio solo tre commenti…

L'unico - per così dire - dibattito s'è avviluppato attorno a una nota vergata da un tizio inacidito che (svicolando sul Bosca) ha pomposamente sentenziato che “questo è un sito di montagna… parbleu!”, mettendo in croce Giuseppina, l'unica che da sempre mantiene appena vivo il sito con i suoi commenti.
Avanti dunque, eroici spaccamonti, altrimenti davvero… morituri te salutant!
2 Posted by antonia on Tuesday, January 25, 2011 at 08:46 PM
 
ho trovato piacevolissimo vedere tanti modi diversi di raccontare la medesima scoperta...
se manterrete una pubblicazione cronologica sarà interessante il confronto con la generazione successiva
3 Posted by massimiliano on Thursday, January 27, 2011 at 04:15 PM
 
Caro Shrek,
con stuopre leggo il tuo commento perchè dopo aver apostrofato gli spaccamonti immaginavo avresti lanciato qualche spunto del dibattito di cui lamenti l'assenza... forse più che "morituri te salutant" sei più il tipo "armiamoci e partite"?

Per quanto riguarda il Bosca io ho espresso il dispiacere per un'intervista dalla quale mi sarei aspettato qualcosa di diverso, qualche chicca da parte di chi ha contribuito a costruire il mito della valdimello o semplicemente qualche suggerimento su qualche perla da scalare, qualche via caduta nell'oblio... scalando sulle sue vie si coglie quanto abbia precorso i tempi, un vero fuoriclasse per me.
Forse le mie aspettative erano eccessive o, semplicemente come ha commentato Giuseppina, mi mancano delle chiavi di lettura che aprano la mia mente semplice alla grandezza dello scritto di Boscacci...
4 Posted by ermanno on Friday, January 28, 2011 at 07:12 PM
 
è un bellissimo viaggio nel tempo della valle, ma difficile è aggiungere qualcosa

5 Posted by MariFra on Sunday, January 30, 2011 at 02:34 PM
 
Che dire.... l'articolo denota la tua intelligenza, Paolo, oltre che alla modestia tipica di chi ha fatto lo sforzo di cercare i propri limiti e un genuino amore per l'arrampicata che ha raggiunto anche il mio cuore di Assolutamente Ignorante in materia.
Mi hai fatto fare un piacevole viaggio nella terra ignota dell'arrampicata (se non per l'unica volta in Val di Mello, durante una gita col Liceo Artistico, in cui la moglie di Jacopo mi prestò le sue scarpette e del gesso da mettere sulle mani e mi arrampicai su un sasso di due metri)e ti ringrazio!

Mi ha colpito molto l'analogia della nascita del nome del Gruppo Sassisti con quella di tanti importanti movimenti artistici del passato: anche voi, come loro (Impressionisti, Fauvisti), partendo dal termine spregiativo datovi dagli sdegnosi "Sapienti in materia" avete dato vita a qualcosa di unico e pregevole!

Ti faccio tanti complimenti!

(Ah, quasi dimenticavo, eri proprio un gran figo!)
6 Posted by PUNTINI PUNTINI on Wednesday, March 30, 2011 at 02:05 PM
 
Era un gran figo

Ora è sempre grande
7 Posted by PioPompa on Tuesday, April 5, 2011 at 06:26 PM
 
Forse non tutti sanno che:
quest'uomo ha lavorato per i Servizi Segreti a cavallo tra gli anni '80 '90,
ha collaborato per la composizione di un paio di dischi dei Doors,
sostituendo Jim Morrison anche in alcune performance dal vivo a Las Vegas.
Ora sembra che sia in trattative con la Apple per la creazione del nuovo iPhone!!
Sembra stia lanciando anche una nuovissima linea d'abbigliamento dal nome Juuuuu CuPO!!!!!

Grande!!
8 Posted by PUNTINI PUNTINI on Thursday, April 7, 2011 at 09:56 AM
 
La Val di Mello ora si tingerà di giallo?
Sarà questo colore più intrigante, più duraturo, che con il tempo non sbiadisce o annerisce come I rigurgiti del rosso passione?

PioPompa, prendi il tempo per godere dei colori naturali della Valle che si manifestano e si rinnovano ad ogni stagione.

9 Posted by gionni on Thursday, May 16, 2013 at 04:07 PM
 
Io sono invece per tapezzare le pareti a spit, e per rendere accessibili a tutti qualsiasi parete.
Se loro vogliono ammazzarsi che si ammazzino pure ma che non ci rompano le palle con "vogliamo le pareti pulite", beh arrampicate sui vostri muri di casa, lisci bianchi e puliti.
10 Posted by Pietro on Friday, August 7, 2015 at 06:21 PM
 
gionni...sei un cretino. Mettili sui muri di casa tua gli spit, per attaccarci lo scolapiatti. E se non sei capace..STAI A CASA. Sei FUORI TEMA, FUORI LUOGO, FUORI GIOCO. Sei UN FAGIANO nato in allevamento che vuole insegnare alle AQUILE a volare

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